E' solo simile. c'è solo da non fraintendere.

Date: lunedì, 23 giugno 2008
Time: 03:32
In: buio, stanchezza, labirinti, vetri, riflessoni

Difficile dire da dove provenga questo rumore.

Lo percepisci?
Ascolta
bene, senti niente?

 E' simile al passaggio delle unghie sulla pelle,
è simile al flusso del sangue che scorre e produce rumore scivolando sulle pareti delle vene,
è simile al voltare pagina,
è simile a quell'impercettibile battuta delle palpebre che si chiudono di scatto per riaprisi nell'istante immediatamente successivo,
è il rumore ovattato dei passi nella sabbia,
è il rumore delle mani che affondano tra i capelli,
è il rumore dell' aria nelle notti di afa ,
è simile al rumore di una lacrima che scivola sul viso  e che va a inondare ciò che incontra nel proprio cammino*plic*,
è simile al respiro che quasi nel totale silenzio arriva all'orecchio di quella donna che veglia su quel'uomo addromentato,
è simile alla danza delle lucciole a fine primavera....


Sono la proiezione di me stessa, adesso.
Tutto questo non riesco ad udirlo. Mi manca, come se avessi smesso di vivere.
Vedere la propria immagine che si riflette all'infinito. Fa quasi paura. Tante me che si riverberano. Qualcosa sbatte dentro di me. Genera quel tipo di vertigine che ristagna e ridisegna un'impertinente vuoto che osservo con disgusto.
E non si tratta neanche più di chiedersi perchè. Dovrei abbracciare me stessa come se stessi per estinguermi in tanti piccoli, irregolari frammenti. Ammesso che non sia già successo. Ammesso che ci sia ancora tempo. Ma dubito fortemente di essere riuscita ad arrivare puntuale all'appuntamento con quel boia chiamato Io.
Dubito di essere ancora in tempo per qualcosa.
E domani, si insomma, quest'oggi che deve in qualche modo ancora manifestare la propria venuta in ogni senso, o forse solo in un unico senso, bisogna che mi dia un motivo per alzarmi. Si , bisogna. Ma non necessariamente ritengo che ciò corra in mio aiuto, stringendomi a se. Tanto perchè vorrei, si vorrei, ma è solo un verbo di cui si finisce con il venirne soffocati, non buttare via niente o forse vorrei solo capire se ho effettivamente fatto calare il sipario su ancora un ennesimo capitolo.Giusto per vedere cosa ci sarà nel successivo, ma non concepisco una netta suddivisione, anzi più che capitolo direi un'ennesima favola che si chiude.Che poi ci sia l'eventuale lieto fine non c' è da chiederselo , c'è solo da aver la voglia di fagocitare, se si ha fame di curiosità, le prossime pagine, di un libro ancora da scrivere. O da riempire di immagini.


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Rumore Bianco

Date: venerdì, 09 novembre 2007
Time: 16:23
In: viaggi, musica, testi, buio, labirinti, 2006, mancanze, partenze, vetri, sipario, stanze, anno cestino

Perchè questi pensieri?


Non è la solitudine


Non vaghiamo dentro una stazione


E su queste pareti non ci sono date


nè nomi nè cuori incrociati


Sono gli adesivi sulle pareti


E' il tempo che scorre lungo i bordi


Ascolta


ogni cosa qui dentro aspetta un segnale


Puoi leggerlo nelle linee della mano


o nei tuoi volti passati appesi intorno


Sono gli adesivi sulle pareti


E' il tempo che scorre lungo i bordi


Siamo io e te appoggiati su queste sedie


io e te su queste sedie


ad aspettare


Poi comicia la polvere

 

Ed è il mio grido silenzioso.


Quel rumore bianco.


Solo Rumore Bianco.



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CAVIA

Date: lunedì, 29 ottobre 2007
Time: 22:07
In: buio, sofferenza, vetri, rassegnazione

Offro lunghe cavità da incidere. Una ad una.
Strato su strato.Fino in fondo.
Fino a che non rimane più niente su cui fare violenza.

Le catene montuose che le tue nocche formano quando sollevi le mani non posso scordarmele,
mani così perfette.
Lo sguardo si posa sulle labbra umide e gli occhi spalancati,
attenti quasi,
modellano il mio corpo in panneggi silenziosi.
Ombre sui miei palmi.
Bicchieri di vino che tintinano al tocco delle dita.
Vino bianco danza nel calice,
oro vitreo e liquido
e un'altra sigaretta ancora si spegne sotto la pressione delle tuo pollice e del tuo indice.
 Avidamente ne accendo un'altra,
e aspiro come fosse ossigeno
quel fumo bluastro
e gradevolmente amarognolo.

Un bambino sta impilando i posaceneri che trova su i tavolini intorno a noi.
Vuole anche il nostro.

Ma è pieno.

Offro lunghe cavità piene di sangue da incidere. Una ad Una.
Strato su Strato. Fino in fondo.

Fino a che non rimane più niente su cui fare violenza.


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Red Leaves

Date: venerdì, 19 ottobre 2007
Time: 23:13
In: buio, labirinti, mancanze, vetri, sipario, stanze

Ed è nel buio di una stanza che sorseggio un caffè amaro. Il mattino è aspro e freddo che mi costringe a stringermi dentro una grande coperta di lana.


Una tazza capiente, un libro e una coperta. In una mattina che vorresti non si consumasse mai. Eppure, anch'essa finisce, come quel caffè amaro e quella sigaretta. La cosa che ti resta: solo una vecchia coperta nella quale stringerti gelosamente le ginocchia, fino a farti piccola piccola e sola sola.

 Vorresti trovarti su un divano, orientato dalla parte di un muro dallo sfondo rosa su cui hanno avidamente segnato delle righe ondeggianti e irregolari di colore nero. Molto anni 60, tanto da farti girare la testa appena ti soffermi a guardarlo più del dovuto.

E subito dopo ti manca ricordarti che dall'altra parte dell'Europa gira una piccola dolce anima che porta con se una parte di te, come quel bracciale di legno nero. E vorresti infilarti degli scarponi da pioggia e girovagare senza meta per lande desolate.
Almeno non sarei qua. Almeno in questo caotico spazio non nuocerei a me stessa e agli altri. Almeno.

Come se il sentirsi sola fosse più che una necessità un'indispensabile condizione da cui l'uomo non può scindersi facilmente.

E ritorni a pensarti ancora avvolta in quella coperta. E anche quando i pensieri si accumulano creando quel caos che si fonde con il colore rosso delle foglie autunnali senti quanto sia giusto strappare un momento al tuo presente per fermarti. Vuoi chiedere cosa sei. Pretendi una risposta. Ma rimani insoddisfatta, incompleta e sofferente.

Soffi ancora su quella tazza, spolverando i ricordi. Sfiori la tua pelle. Leggermente inclini la testa e strappi un sorriso a quella mattina che va scemando, perchè anche se fossi felice in quel momento, più tardi sicuramente dimenticherai cosa si prova.E così ogni volta che per un attimo ti soffermi a guardarti dentro. In quel corpo di tessuti e sangue. Così perfetto e così malato.

 


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Rose Bianche simboleggiano il Silenzio

Date: domenica, 07 ottobre 2007
Time: 10:40
In: viaggi, sogni, buio, labirinti, vetri, sipario, stanze, amando palahniuk

Chiamavo.
Il cellulare, dalle sembianze dell'unico palliativo di cui necessitavo , ripeteva sempre la stessa cosa. Ancora e ancora, nonostante io, a diverse ore del giorno componessi sempre lo stesso numero, finivo sempre per ascoltare la medesima frase, la medesima filastrocca che mi angosciava, che mi distruggeva.
E sono andata avanti così per giorni e giorni.
Eppure ero cosciente del perchè finivo con l'ascoltare sempre le stesse parole. Sapevo che scelta avevi fatto, lo sapevo perfettamente. Ma la cosa più difficile che mi aspettava era farmene una ragione. In fondo mi avevi lasciato con la cosa più difficile da fare: dover accettare la tua scomparsa senza provare nulla. Come se in quella notte umida io fossi davvero pronta a provare indifferenza.
Ti ho fissato attentamente quando estraevi quella scheda in miniatura, che conteneva i tuoi ricordi, il tuo piccolo mondo in miniatura, dall'inutile involucro di cip e plastica. Era buio, e i tuoi lineamenti si rendevano nitidi se baciati dalla luce lampioni. La tua, quella sera era una sagoma dalle sembianze di una prefetta creatura, singolare, affascinante, perfetta, caduce e malata creatura. Mi stavi lasciando. E io mi opponevo. Ma il nero dei tuoi occhi avvolgeva anche la stessa realtà in cui mi trovavo. Nero il capoverso, nero pece dei tuoi capelli, nero cenere la tua vita, nera ancora la tua pelle, nere le lacrime, nere corvino come l'angoscia. Neri e ancora neri i fili che mi riconducevano a te. Duras nei miei occhi, inchiostro nell'ultima pagina, gettato da te. Parole che hai lasciato scritte arrogantemente :

"A presto,

ti aspetto ..."

 e sono state come incise da te, e le ho marcate a fuoco dentro di me, come tu realmente avresti voluto.
E le hai dettate sull'unico libro che sapevi mi avrebbe uccisa.
 Solo io so di che malattia sono morta, da ormai troppo tempo.

 

"E' la storia di un amore, il più grande e terrificante.....
Si tratta di un amore che non ha nome nei romanzi e non ha nome neppure in quelli che lo vivono. Di un sentimento che in un qualche modo non sembra avere ancora vocabolario, costumi, riti. Si tratta di un amore perduto. Perduto da perdizione."

 

Tenere in mano quel libro sta diventando come un gioco al massacro.
Tanto quanto lo stesso cercare di addormentarmi. Spero sempre di non trovarti.

Riverso ancora su di te un rancore difficile da descrivere, il mio cuore pulsa animato da un sentimento che non posso e non riesco a classificare, ma ti odio dentro e fuori di me.
Odio rimpiangere di non aver dato forma a questa incontrollabile sensazione.

Mi stavi annunciando la tua morte e io non ho saputo dire niente, ho saputo solamente chiudermi in me stessa e lasciarti andare. Sono morta anche io, in un modo o nell'altro, mi sono consumata e mi sono accasciata a terra in attesa di essere portata via, come si fa in un cimitero con i fiori secchi e marci. Aspettavo di essere portata via. Polvere. Grazie per essere stato un determinato bisogno.
Nell'aver fatto strage di me non potevi sapere che sarebbe rimasto solo questo.

Ma io sono il nulla, mi hai reso l'essere che sono.

Il nulla.


Illusa e straziata mi vesto di quel nulla a cui tu ha cucito fino all'ultimo orlo, un  perfetto vestito di menzogne e falsità.


E sogno ancora, ingenuamente, pareti di un bianco avorio.

E ucciderei per un abbraccio.


Adesso.

 

 

 


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il nero,una birra ghiacciata,la pioggia estiva, l'odore della marmellata di more e del caffè,dormire(dormirei ad oltranza..), lo sfumare della grafite, perdermi ad osservare, incantarmi, fare anelli di fumo, assaporare i vari tipi di the, guidare senza meta



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